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da tempo tengo sullo stomaco un peso

E’ il peso del parlar superfluo e dello scrivere pesante.

E’ incredibile, sarà che gli italiani sono un popolo di poeti.
Ma oggi ha imparato il politichese e il burocratese, due lingue pessime, fastidiose, pesanti. Ma che, soprattutto, servono a confondere.
A parlare senza dire. Purtroppo questo brutto vezzo che una volta si riscontrava solo tra i “pubblici ufficiali” e tra i “ mezze maniche” che così facendo si sentivano importanti, oggi dilaga senza misura.
E purtroppo ha raggiunto anche il mondo della comunicazione industriale, quello che ne dovrebbe, più di altri, essere esente.
Mi conforta, in questo sfogo, l’opinione di Beppe Severgnini. Nel suo “Decalogo Diabolico”, Severgnini lamenta che molti genitori pretendono di suggerire ai propri figli le regole per un buon tema alla maturità. E i suggerimenti impongono, appunto, queste regole diaboliche che iniziano con “ usate dieci parole quando potete usarne tre”. Già questa è una regola talmente assurda che le altre neppure vale la pena citarle. Tanto più che, lo constatiamo tutti i giorni, è un vizio assai diffuso, e costoso basti pensare a quanto tempo si perde al telefono.
E senza pensare che il tempo è l’unico bene che l’Uomo possiede ma che non può comprare.

Potrei fermarmi qua, ma già che ci sono, oltre al peso sullo stomaco, voglio togliermi un sassolino dalla scarpa.
Alcune agenzie di PR sono verbose, forse perché, viene il sospetto, pagate un tanto a parola. I loro comunicati abbondano di aggettivi, di superlativi e di ridondanze. Il loro errore è quello di credere che un prodotto o un servizio valga in funzione delle parole e non dei suoi valori intrinseci. Ogni nuovo prodotto lanciato sul mercato, che nel 99% dei casi non è che una piccola variazione rispetto ai precedenti, “stabilisce un nuovo parametro”. “Piano, Trinchetto”, recitava una pubblicità di Carosello dei miei tempi.
Andiamoci piano e teniamo i piedi per terra. E cerchiamo di essere sempre sintetici.
Ci guadagniamo tutti.


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